Un week end d’autunno all’Hotel Giulio Cesare, in Versilia

Ottobre ed aprile sono per molti i mesi migliori per un soggiorno in Versilia.

Ad ottobre, prima del breve riposo invernale, la nostra terra dà il meglio di sè: il mare è magnifico, l’acqua restituisce il calore assorbito in estate e i più coraggiosi, spesso turisti stranieri, ne approfittano per fantastici bagni; un’esperienza bellissima che ti permette di vivere sensazioni straordinarie e sconosciute.


Per i meno ardimentosi, le lunghe passeggiate sulla spiaggia sino al tramonto, permettono di godere il miracolo di una palla rossa di fuoco, il sole, che, magnifico ed indimenticabile, gloriosamente s’immerge in un mare dalle mille sfumature di colore appena dietro Punta Bianca.


La natura, ad ottobre, ci offre i suoi frutti migliori e raggiunge la sua eccellenza con Il RE verde: l’olio, l’oro della Versilia dal sapore gentile e persistente, che rende i nostri piatti sia di pesce, che di carne, o anche le semplici e buonissime verdure, uniche.
Ma cosa fare in queste giornate d’autunno?
Andiamo insieme a visitare un frantoio, nella frenesia del suo momento produttivo, chiudiamo gli occhi, affidiamoci all’olfatto, al nostro senso più antico, per immergerci nell’odore inebriante, aspro ed erboso, delle olive spremute che sprigionano nell’olio tutta la forza del sole accumulato nell’estate appena finita.
Tagliamo insieme una fetta del pane toscano, saporito, cotto a legna, pieno dei profumi di un tempo e versiamoci sopra poche gocce di questo nettare, annusiamo, odoriamo e mangiamo golosi, tornando bambini anche se per un solo momento.


Tutto è bello in ottobre in Versilia, le prode a lato delle stradine sono fitte di fiori gialli, i topinambur selvatici, parenti poveri e bellissimi dei più nobili fiori del sole, i girasoli, che rimangono lì, a memoria di un’estate che fu.
Ma i topinambur non sono solo belli, sono anche buoni e ci regalano con le loro radici carnose, i loro rizomi, una pietanza gustosa, buonissima, sbucciati come si fa con le patate e appena passati in padella con un filo d’olio, del timo ed uno spicchio d’aglio hanno il sapore del fungo e del carciofo.


Ancora in ottobre maturano frutti antichi e quasi dimenticati, la giuggiola ed il caco,


in molti dei giardini, nascosti da mura di pietra, che decorano, in segreto dimore d’altri tempi, lasciati al banchetto dei merli e dei tordi elegantissimi che approfittano, golosi, dei loro frutti prelibati.
In questi ultimi anni, complice il recupero di vecchi prodotti dell’agricoltura tradizionale, alcuni ristoranti versiliesi, hanno cominciato ad offrire all’interno dei loro menù, deliziosi desserts realizzati utilizzando questi vecchi compagni di viaggio vegetali, un buonissimo semifreddo al caco oppure la torta al “brodo di giuggiole”.
Ecco un altro, fantastico motivo per venirci a trovare in ottobre: la Versilia a tavola in autunno è piena di sorprese, di gusti antichi e moderni, di cibo buono che fa bene.
La tua esperienza enogastronomica qui si imprimerà nella tua memoria a tal punto da desiderare di condividerla con le persone che ami.
Nei locali specializzati nel cucinare il pesce questo è il periodo delle cicale di mare, delle seppie, dei muggini e delle triglie, pesci pieni di carattere, di sapore e di storia.
Nella cucina di terra la fanno da padrone i funghi, la polenta, magari con un bello spezzatino di cinghiale e naturalmente il castagnaccio.


Il castagnaccio è il dolce vero della Versilia, in questo differenziandosi dalla vicina costa apuane che predilige la sontuosa torta di riso.
Un dolce, il castagnaccio, umile che ha sfamato centinaia di generazioni della nostra gente, sin da quando, nel secondo secolo prima di Cristo gli invasori romani ci regalarono l’albero del castagno, che da allora, amorevolmente accudito, ha ricoperto le nostre montagne.
Il castagnaccio è facile da preparare, mescolando molto semplicemente, farina di castagne, acqua, sale, un poco d’olio, rigorosamente d’oliva, per ungere la teglia, un rametto di rosmarino per insaporirlo e nelle versioni più ricche una manciata di pinoli e di uva secca con qualche scorza di arancio.
Niente zucchero, nel castagnaccio tradizionale, né farina di grano o di mais, né lievito.
Semplice in apparenza ma, nella versione originale piuttosto complicato, perché, trovare la farina di castagne pura, non mescolata con altre farine è un’impresa ardua, e poi perché il forno deve essere rigorosamente a legna, alimentato con legno d’olivo o carpino o leccio, per esaltarne il sapore, anche se, molti di noi, oggi, usano il meno elegante forno a gas.
Un fine settimana all’Hotel Giulio Cesare del Cinquale, sarà quindi un fine settimana all’insegna del gusto, del sapore, della tradizione, che ti permetterà di affrontare il lunedì successivo con rinnovata energia.

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